SCALEA è uno dei paesi più antichi dell’Alto Tirreno Cosentino e si presenta con le sue caratteristiche case poste l’una sull’altra nell’abitato del suo Centro Storico. Oggi è ormai noto come attrezzato centro turistico-balneare della Calabria in provincia di Cosenza.
E’ il tipico borgo medioevale costiero predisposto per la difesa dalle incursioni turche ed ottomane. Infatti l’antica Scalea, per le sue vie tutte a scala, è interamente un’isola pedonale che conserva la primitiva struttura di Kastellion bizantino e di Rocca Longobarda a dimensione esclusivamente dei suoi abitanti. Nel Centro Storico i muri alti e macchiati dal tempo sono continuamente interrotti da portoni e porticine che fanno mostra di portali e blasoni, sorreggono angiporti semibui, piccole logge, vecchi archi romanici e informi scalette in pietra e tutti insieme formano l’architettura di un piccolo mondo antico, dove le passate generazioni hanno saputo inventare la loro vita.
La magnifica zona che corona il borgo era la terra degli Enotri ; dal nome del re di questa popolazione, ITALO, o dal loro simbolo, il vitello, deriva il nome ITALIA. Infatti il nome « ITALIA » è nato in Calabria 1500 anni prima di Cristo. Secondo la tesi di TUCIDIDE, storico ateniese del V secolo a.C. e uno dei più importanti esponenti della letteratura greca, la regione corrispondente al Regno di Italo, che si estendeva da Reggio Calabria a Sibari, fu chiamata Italia da Italo, re arcade. Il nome si sarebbe poi esteso dapprima attraverso la popolazione degli Italici nel centro della
Penisola e poi con Roma, assumendo il ruolo di provincia romana comprendendo l’attuale area settentrionale e l’Istria ad est. Ma anche l’attuale Sicilia ebbe origine dal re Italo, il cui figlio, di nome SICULO, fu artefice della nascita dei Siculi, tribù degli Itali costituitasi durante il passaggio in Calabria, che sospinti dagli Opici giunsero in Sicilia e Siculo ne divenne il re.
Erede della greca LAOS e della romana LAVINIUM, Scalea diventa centro importante in epoca normanna e tale rimane anche in epoche d’influenza angioina, aragonese, spagnola e francese. In queste stagioni della sua storia, Scalea esprime una civiltà contadina ed anche marinara ed il suo dialetto si avvicina molto a quello campano che non a quello calabrese. Evidentemente i contatti culturali e commerciali sono stati più frequenti con i centri costieri campani che non con i paesi dell’entroterra calabrese.
Come luogo di villeggiatura, il centro calabrese è stato scoperto dai Romani verso il II sec. a.C. Tutto ciò è documentato dai numerosi ruderi delle ville romane di epoca imperiale sparsi nella piana e sulle prime alture. I Romani costruirono queste ville nei posti più panoramici. Le lussuose dimore servirono loro, oltre che per la villeggiatura, anche da modello per la costruzione delle ville di Ercolano e Pompei.
Scalea si sviluppa sui gradoni del Colle come una scala. Il nome Scalea deriva da scala ? E’ la prima immediata e spontanea spiegazione ! Forse è la più vicina al vero ! Però non è sufficientemente documentata. Ovviamente esistono altre interpretazioni !!
L’etimologia del nome di Scalea è sempre stata un vero rompicapo per i glottologi e gli studiosi di toponomastica. E’ molto probabile che l’origine vada ricercata, così come l’origine del centro abitato, nel periodo della dominazione bizantina a partire dalla fine del sec. IX.
Nelle più antiche attestazioni, infatti, il nome di Scalea presenta forme diverse : ad esempio, DISCOLIA (bolla del 21 settembre 1089 di papa Urbano II a Pietro I, abate del monastero della SS. Trinità di Cava), DIOSCALEA (bolla del 30 agosto 1100 di papa Pasquale II), villa DIDASCALIA (crisobollo dell’aprile del 1131di Ruggiero II, re di Sicilia, a Leonzio, abate di Santa Maria di Grottaferrata). Tutte queste forme risultano leggermente più antiche rispetto al nome Scalea, che deve essere considerata un’evoluzione fonetica o una semplificazine della forma più antica.
Alcuni dei maggiori dizionari dei nomi dei luoghi d’Italia scrivono :
Scalea dal greco SKALEIA, sarchiatura, è disposta a gradini donde il nome. Inoltre gli studiosi del problema, tra l’altro, propongono : Scalea da SCALA-EA che indica Scala della Dea Madre EA ; cioè EA (o ERA) quella che è !! EA era madre della roccia eterna !! Inoltre la scala è simbolo antico. Oppure Scalea, da altre lingue, nel significato di luogo frivolo o veniale e anche luogo di confine.
Scalea da ASKALOS – ASCULA – SCALIA ovvero luogo incolto. Scalea dalla greca Skione ovvero luogo ombroso. Comunque nel dialetto locale il paese è detto Scalìa, forse in ricordo del nome dell’antico abitato nella zona. Il nome Scalea viene citato, per la prima volta, da Goffredo Malaterra, biografo di Ruggiero il Normanno in una delle sue opere del 1058. Inoltre lo storico e geografo Arabo Edrisi, nel sec. XII, chiamò il Lao il fiume Squaliah ed in un noto passo del suo « Libro del Re
Ruggiero » usò il termine di d.sqaliah (Scalea) quando afferma « il wadi laniah » (laynah – fiume di Laino) che ha la sorgente innanzi a m.rkuri (Mercurio) e di là scende alla regione che è di fronte a d.sqaliah al mare. E’ vero anche che dove sono i ruderi del Castello vi fu una rocca longobarda ed il luogo doveva avere necessariamente un nome. Quale ? Per il momento resta il fatto che uno dei due colli divisi dal torrente Basso si chiama Scalicella. Sull’altro è Scalea. E’ probabile che quest’ultima si chiamasse Scaletta, Scalone, Scala o addirittura Scalìa da cui Scalea. Anche se è la migliore, purtroppo, resta un’ipotesi !
Esistono però altre informazioni storiche circa l’origine del nome SCALEA !
I Greci la chiamavano ASKALOS, i Romani ASCULA e poi Lavinium e gli Arabi la denominarono SCALIATH. In seguito venne designata come « La Scalea ». Tutti nomi che si riferiscono probabilmente alla Scalea di gradini in pietra lavorata utilizzata come centro di collegamento degli innumerevoli e suggestivi vicoli del Centro Storico Medioevale.
La Scalea di oggi è la via Cesare De Bonis, un martire del Risorgimento !!
Ma il paese, prima che si arroccasse sullo sperone roccioso a forma di cono, era stato un agglomerato sito nella pianura collinare di Fischia, ancora riportato sulla Tabula Peutingeriana, denominato Lavinium Bruttiorum, sorto sulle rovine della vicina Laos, sub-colonia sibarita.
Il suo territorio – oggi di Kmq. 22,20 ma in epoca antica e fino a qualche secolo fa molto più vasto – occupa quella parte che va, grosso modo, da Capo Scalea ( antico
Laos Akroterion dei Greci o il Laus Promonthorium dei Latini) a oltre la foce del fiume Lao ; all’inizio di quella pianura, detta cioè Piana del Lao che si estende da
Capo Scalea a Punta Cirella per circa 12 Km e che comprendeva l’antico Sinus Laus, si trova la città di Scalea sulle sponde del fiume Lao.
Tutto qui ci ricorda l’antichissima citta di LAOS, dai ritrovamenti e dai resti di antiche costruzioni alla toponomastica ; ma solo di recente pare si sia potuto stabilire la sua esatta ubicazione, anche se sin dai tempi di Erodoto se ne segnalava l’esistenza. Nel 1973-75, negli scavi effettuati dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali della Calabria, in località Perato-San Bartolo, ora territorio del Comune di Santa Maria del Cedro, a poca distanza dal fiume Lao ed a qualche Km dalla sua foce, sono stati riportati alla luce parte della cinta muraria che chiudeva a sud l’antica POLIS, parte di agglomerato urbano lungo una strada a selciato con edifici laterali costruiti in pietra calcarea e blocchi di brecciame ed alcune tombe a cassone del IV sec. a.C. La citano gli storici: ERODOTO (storico greco vissuto anche a THURII nel V sec. a.C.), DIODORO SICULO (Età imperiale I° sec. a. C.), STRABONE ( 64 a.C. – 20 d.C.), vissuto in età Augustea, ricorda nella sua Geografia che il fiume Lao segnava il confine tra la Lucania e il Bruzio e che l’omonima città di Laos era la più meridionale tra quelle lucane e che nelle vicinanze si trovava l’heroon di Draconte, monumento che commemora un eroe ignoto compagno di Ulisse; PLINIO (23-79 d.C.). Inoltre Strabone, riportato poi da tutti gli scrittori medioevali, scrive « Laus amnis et tenuis Laus Sinus et Urbs Laus paululum a mari remota » che possiamo tradurre nel seguente modo « Presso il fiume Lao, presso il piccolo Golfo di Lao vi è la città di Lao poco distante dal mare ». Plinio il Vecchio, nel Libro VI n° X della sua
Naturalis Historia, si limita a scrivere che dopo Bussento, ossia Pyxus « (Apud) Laus flumen et Oppidum eodem nominem fuit » che significa « (Presso) il fiume Lao vi fu anche una città dello stesso nome ». Ne parlano gli storici medioevali Barrio, Marafioti, Fiori, Ughelli ed in un recente passato, molto esaurientemente, ORESTE DITO, nato a Scalea il 1866 e morto a Reggio Calabria il 1934. Gabriele Barrio, dotto religioso di Francica, fu il primo a volgere le sue ricerche intorno alla geografia antica dei nostri luoghi : « il fiume Lao è ricco di trote e di anguille, lo citano Strabone ed ugualmente Plinio come termine dell’antica Ausonia o Enotria ed attuale Calabria. Poco distante sorge la città dello stesso nome ».
E’ certo che era ubicata sulle sponde del fiume Lao, non molto distante dall’odierna foce. Lo confermano i ritrovamenti archeologici venuti alla luce in questi ultimi tempi. Infatti nella zona sono state trovate le mura, le terrecotte , le monete, le tombe ricche di corredo funerario di Laos sia del periodo lucano che di quello italiota. In una tomba a camera sono stati trovati un’armatura completa di corazza, elmo, schinieri, cinturoni di bronzo in ottimo stato di conservazione e armi di difesa di ferro e tante altre cose.
Il nostro Oreste Dito : « Laos doveva preesistere alla colonizzazione sibarita. Nelle più antiche monete anteriori al 500 a.C. l’indicazione della città Laos rappresenta il ricordo più sicuro dell’esistenza e dell’importanza commerciale di essa ».
Nel primo periodo (550-500 a.C.) le monete « Laine » portano incisa la figura del toro « androprosopo » ( dal volto umano) simile, meno che nella testa, a quella delle monete di Sybari databile a metà del V sec. a.C. La vita di Laos ebbe inizio a partire dal VII sec. a.C. e col tempo divenne un centro fiorente ed importante con una sua
civiltà ed una sua economia, batteva moneta ed aveva le sue leggi. Nello stesso periodo del VII sec. a.C. arrivarono in Calabria nello Jonio i Greci che fondarono città come Sibari, Crotone, Locri ed altre dando origine alla formazione della Magna Grecia. I Greci, in seguito, vennero sul Tirreno e nella valle del Lao e trovarono un popolo evoluto e bene organizzato, quello di Laos, detto dei LAINI. Vi furono tra i due popoli schermaglie, lotte, ma ben presto si addivenne ad un accordo. Le due civiltà, la greca e la laina, si fusero con reciproco vantaggio di entrambi i popoli. Laos divenne uno dei maggiori porti commerciali del Tirreno e i Greci ottennero lo sbocco nel Mediterraneo. Laos, inoltre, diventò l’anello di congiunzione tra le civiltà di oriente e di occidente. Dalla Grecia le idee e le merci arrivavano a Sibari, poi seguendo il corso del Lao, la via più breve tra lo Jonio e il Tirreno, raggiungevano Laos e da qui, via mare, pervenivano nei maggiori porti del Mediterraneo. Lo scambio, ovviamente, si ripeteva anche in senso inverso. Pertanto si intensificarono i contatti con i Fenici, gli Etruschi, i Siculi e con gli altri popoli dell’area Mediterranea. La vita si svolgeva serena entro e fuori le mura a Laos tra i templi e le ubertose terre. Il vitello era il simbolo e il suo migliore prodotto tanto da figurare, insieme alla colomba, sulle sue monete. La pace però sia sullo Jonio che sul Tirreno era continuamente minacciata e fu totalmente compromessa dallo scoppio della guerra fa Crotone e Sibari e vinsero i Crotoniati.
Erodoto, continua il Dito, ricorda che i Sibariti superstiti, dopo la distruzione della loro città ad opera dei Crotoniati nel 510 a.C., trovarono ospitalità anche in Skidros (l’odierna Papasidero) ed in Laos, città confederate della grande Polis ; ma principalmente in Laos, considerata emporio commerciale e sbocco sul Tirreno della
città magno-greca, come afferma Strabone. Altri ripararono a Scidrus ed a Pyxus che formavano con Laos il « Sinus Laus », oggi golfo di Policastro ed altri ancora più a nord a Paestum. Per Laos altro periodo di pace ; poi si avverò ciò che aveva detto l’oracolo « Presso Draconte Laio molto popolo sarà per perire ».
A nord-est di Laos, infatti un altro popolo, il Lucano, era diventato potente ed aveva mire espansionistiche e Laos era un obiettivo appetitoso. Dopo la distruzione di Sibari, Laos divenne alleata di Thurio ed insieme si opposero fieramente alla
espansione lucana nella Brezia, sostenendo una lunga guerra. La battaglia finale, una delle più terribili dell’antichità – narra Diodoro Siculo – ebbe luogo nella piana presso il fiume Lao nel 389 a.C. Lo scontro risultò un vero massacro : furono uccisi oltre diecimila uomini tra fanti e cavalieri dei quindicimila che presero parte alla battaglia. Vinsero i Lucani e Laos cadde sotto il loro dominio e vi restò per molto tempo. Con la venuta dei Lucani iniziò per Laos il periodo della decadenza.
Poi giunsero a Laos notizie di un’altra lontana potenza in espansione :ROMA.
In questo periodo e nel futuro, in tutte le occasioni, i Laini furono sempre contro Roma imperiale. Aiutarono, infatti, Pirro e Annibale e a suo tempo parteggiarono per Spartaco che, pare, fu ucciso in battaglia da queste parti. Questo atteggiamento ostile verso Roma costò caro a Laos quando giunsero i Romani nella valle del Lao e rasero al suolo la città che scomparve per sempre.
I Romani, dopo la conquista del territorio dei Laini, costruirono, per ragioni strategiche, un porto intorno all’isolotto, oggi TORRE TALAO, e nelle vicinanze un presidio militare. Vicino ad essi, col tempo e le fatiche dei superstiti di Laos, si sviluppò un nuovo centro urbano : LAVINIUM (250-200 a.C.). La nuova colonia romana, popolata dai Laini e dai Lucani, era ubicata sulla sponda destra del fiume Lao, in vicinanza dell’attuale Scalea, probabilmente nella località Foreste o Mattonate sino ad interessare la contrada Fischija, dove sono stati rinvenuti e si rinvengono continuamente numerosi reperti di età imperiale. Fra questi ricordiamo una vasca di raccolta circondata da un pavimento in mosaico e di un trappeto romano (turcularium). Questo fa pensare che il nome Fischija della zona derivi dal latino « fisculum ». Sono visibili inoltre mura dell’epoca su Torre Talao e colonne in Piazza Giovanni XXIII e nella cripta della Chiesa di San Nicola. Sono venuti alla luce anche parti di monumenti e di statue di marmo, sempre appartenenti a Laos, di una testa e un Dionisio, ora conservati al museo di Reggio Calabria, che i Romani hanno usato come materiale da costruzione per edificare le mura di Lavinium. Dello stesso periodo sono state trovate alcune tombe e pavimenti in mosaico di grosse ville nelle contrade « Colistanio e Foreste ».
Le testimonianze e i ricordi di Lavinium sono molti : è menzionata nella « tabula Peutingeriana », carta delle vie di comunicazione dell’impero Romano, copia dell’XI-XII sec., la cui originale doveva risalire al Regno di Teodosio nel sec. IV ; negli itinerari di Antonino Pio, opera che contiene la descrizione e tutte le indicazioni turistiche delle strade romane del IV sec. e nelle carte di Tolomeo (100-178 d.C.).
Lavinium non fu mai un centro importante e la sua vita fu relativamente breve. Infatti fu distrutta dai nuovi conquistatori : i Visigoti di Alarico e i Vandali di Gianserico. Poi i detriti alluvionali ed il selvatico sommersero la città che scomparve definitivamente. I superstiti, costretti dalle condizioni igieniche (terreni acquitrinosi e paludi) e dalle necessità di difesa, si rifugiarono in luoghi di maggior sicurezza o sulle alture vicine, dando origine così nei tempi Bizantini (VI-VII sec. d.C.) alla Scalea ed al suo casale di San Nicola Arcella. Vissero di poco e miseramente e in continuo stato di paura. Per costruire le prime misere case scelsero i suoli dell’altura vicina al mare, di fronte all’isolotto, oggi scoglio di Torre Talao.
Antichissima, dunque, fu l’origine dell’odierna Scalea. Che il suo territorio sia stato abitato sin dall’età della pietra è storicamente accertato. Le grotte di Torre Talao, scoperte dal Lovisato, ne sono la prova evidente. Nelle grotte infatti furono riportati alla luce resti fossili di fauna pleistocenica ed oggetti di manufatti litici del Paleolitico Superiore di fase gravettiana e del Paleolitico Medio di fase mousteriana come frecce e selci scheggiati riferibili ad epoche molto remote (da160.000 a 40.000 anni fa), come confermato dagli speleologi e dagli archeologi intervenuti. Le grotte furono abitate dagli uomini della preistoria trentamila anni fa (uomo di Neanderthal-Paleolitico medio/superiore). Inoltre dagli scavi effettuati nella seconda metà del XIX sec. e nella prima metà del XX sec. vennero alla luce numerosi reperti archeologici tra cui : una « bella Athena Promacos » bronzea di età classica ed una « Herma Muliebre », marmorea, raffigurante forse Persephone, scultura ascrivibile al primo sec. a.C. ; resti di « Villae Rusticae » di età imperiale oltre ad una colonna di marmo pario, probabilmente di età imperiale, rinvenuta in contrada Fischjia ed attualmente sita in P.zza Giovanni XXIII.
« La Scalea » veniva, infatti, annotata in alcune « Croniche » del Trecento ; « La Scalea » veniva ricordata nel « Dittamondo » di Fazio degli Uberti (1347) libro III cap. XV che scriveva « …contro a Scalea e Andreano stanno Didini e la Micea e questa gente la via di Conturbia fanno… » : le imbarcazioni dei marinai di Scalea, cioè, si spingevano fino a Conturbia, l’attuale Canterbury. Nel « Decamerone » di Giovanni Boccaccio, quinta giornata, novella sesta si legge: « Discorsa tutta la marina dalla Minerva infino alla Scalea in Calavria e per tutto della giovine investigando, nella Scalea gli fu detto lei di essere portata via a Palermo da marinai siciliani …..».
L’attuale centro storico poi è un gioiello da visitare con accuratezza e necessaria curiosità storica a partire dalle mura di cinta alle strade a gradinate, ai ruderi del Castello, alle torri, alle chiese, ai palazzi gentilizi. La cinta muraria medioevale è visibile nella Porta della marina a nord-ovest della cittadella fortificata da dove si entrava nella parte bassa del paese e dove, attualmente, ha inizio Via Metastasio ; nella porta a nord-est, in alto, detta Porta Ponte e Castello o del Forte, che collegava la cinta muraria al Castello e da dove si giunge, ora, a mezzo di uno stretto e corto vicoletto alla Chiesa Madre di S. Maria d’Episcopio ed al suo stretto piazzale, era riservata al passaggio del feudatario e della gente di riguardo. Dalla Porta del Castello passavano, infatti, il Principe, i suoi familiari e le persone al suo servizio. Negli avanzi a Largo Cimalonga un’altra porta a Sud del dispositivo di difesa della rocca medioevale con il Torrione cilindrico (Torre di Guardia Aragonese) del sec. XIII, a cordonatura mediana e coronamento a mensole, detto appunto « Torre Cimalonga ». Questa è a pianta circolare ed era a guardia di una delle 4 porte d’entrata a Scalea. La Torre ospitava le guardie e due cannoni per il controllo e la difesa della porta Cimalonga. Nei secoli scorsi per varcare le porte si pagava il « passo ». Una tassa, imposta dal feudatario, per il passaggio di persone, animali e cose. Poi Torre Cimalonga è stata utilizzata per altri scopi. Negli ultimi anni ha ospitato anche le carceri mandamentali. Oggi è sede di un piccolo Museo di reperti archeologici dell’antichità.
La Torre Aragonese, detta attualmente « TORRE TALAO », oggi simbolo della città, sita in cima ad un isolotto, rimasto tale sino agli inizi della seconda metà del secolo scorso ed ora interamente insabbiato e fuori dalle acque, si erge come se il suo « Torriggiano » stesse ancora a spiare l’arrivo dei corsari turcomanni.
Le grotte dello scoglio di Torre Talao furono abitate dagli uomini della preistoria 40.000 anni fa ; nel corso degli scavi archeologici, infatti, sono stati ritrovati manufatti di pietra e ossa dell’uomo troglodita.
In origine era un’isola come Dino e Cirella e queste isolette erano probabilmente gli scogli erranti (scopuli errantes) di cui parla Omero nel XII libro dell’Odissea. Costruita nel 1568 da « Mastro Paulo Personne, fabbricatore di corte », faceva parte di quel sistema difensivo voluto da Carlo V, Imperatore di Spagna, per difendere gli 800 Km di costa calabra dalle incursioni turcomanne, molto frequenti in quegli anni. Il sistema di difesa, che comprendeva 337 torri, una in vista dell’altra, fu suggerito al monarca e avviato da Don Pedro de Toledo, vicerè del regno di Napoli. L’ordine per la costruzione della Torre venne emesso nel 1563 dal suo successore Don Parafan de Ribera d’Alcalà. A pianta quadrata, a due piani ed a tronco di piramide, il corpo principale della Torre misura dieci metri di lato. Recentemente restaurata all’esterno, è ora uno dei monumenti più visitati della città.
Il nome di Torre Talao pare che abbia origini greche : infatti tutta questa zona della Calabria pare che venisse indicata nei monoscritti greci come territori « Katà Laòn » e cioè intorno al fiume Lao. In seguito nei testi sarebbe scomparso il primo monosillabo della preposizione greca e si sarebbe avuto allora prima « tà laon » e poi Talao.
Lo sviluppo del piccolo borgo si ebbe nei primi periodi delle lotte tra Bizantini e Longobardi (sec.VI-VII) nel momento di pace in cui la prevalenza di uno dei contendenti fu più lunga e netta nella lotta per il predominio della zona. I Bizantini iniziarono le difese murarie del paese e la costruzione dell’attuale chiesa di S. Nicola in Plateis edificata sui resti di una costruzione greca, modificata dai Romani e distrutta dai barbari. I Longobardi edificarono in cima al paese una rocca, migliorarono le mura di difesa e costruirono le prime case del rione « Pirrupo ».
Fu in questo periodo storico (sec. VII-VIII) confuso ed instabile caratterizzato da violente lotte tra Bizantini e Longobardi che il paese, costruito sui gradini della località chiamata « scala », prese ufficialmente il nome di Scalea.
Con l’arrivo dei monaci Basiliani, Scalea diventò un centro importante. Infatti riuscirono a fare del luogo, ove soggiornò S.Nilo ed operò e fece miracoli S. Saba e che è ricordato come regione del Mercurion, uno dei centri religiosi più importanti del periodo storico che va dall’VIII al XII secolo. Inoltre durante la loro permanenza si verificò un notevole incremento edilizio, civile e religioso sia dentro che fuori le mura della città. Entro le mura fu iniziata l’edificazione dell’attuale Chiesa di Santa
Maria d’Episcopio e furono costruite le case di Via « Purgatorio ». Fuori le mura, i Monaci Basiliani costruirono le cappelle di S. Giovanni, S. Marco, S. Caterina e S. Cataldo, di cui restano ancora le rovine visibili. Costruirono anche la Chiesa e il Convento di S. Lucia, di cui parte delle mura perimetrali, alcune celle e il pozzo del chiostro sono ancora visibili. Costruirono inoltre il Monastero di S. Nicolae, attuale Cappella Bizantina, che fu poi concesso nel 1131 a Grottaferrata. A causa delle continue e sanguinose scorrerie saracene, i monaci Basiliani abbandonarono nel XII sec. le valli del Lao.
I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà del sec. XI : erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla : Roberto il Guiscardo e Ruggero il Normanno. I due fratelli avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria e mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della Regione, improvvisamente essi litigarono e si divisero. Roberto andò verso il Sud della Calabria e Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli da suo fratello Guglielmo del Principato. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso luogo fece costruire un castello (sec. XI). Questo fu più volte rifatto nel periodo svevo, aragonese ed angioino ; dei suoi rifacimenti si possono ancora ammirare i resti nel « mastio » centrale, dei « baluardi » e delle « torrette ». Ruggero fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese : a nord la porta Marina ed a sud quella Ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo, comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del Golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria.
Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile a cui faceva capo anche la sua flotta e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia. Promosse una serie di costruzioni atta a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Furono completate, ampliate e abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della Chiesa di S. Nicola in Plateis. Venne tra l’altro costruito il Palazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Fu istituito lo « Spedale », i cui resti si trovano in via Ospedale. Esso comprendeva una cappella, un dormitorio, una sala di soggiorno e pranzo. Lo « Spedale », che aveva la funzione di ospitare i pellegrini offrendo loro assistenza fisica e spirituale, fu in piena attività durante le crociate, per la necessità delle quali era nato. Ospitò infatti molti crociati che, durante la marcia di trasferimento dal nord in Sicilia dove si imbarcavano per la Terra Santa, avevano bisogno di cure, riposo e preghiere. Nel contempo Ruggero e Roberto si rappacificarono e nel castello di Scalea firmarono il patto di spartizione della Calabria.
In età feudale Scalea appartenne alla Contea di Oria nel Brindisino e poi a Lauria nel XIII secolo, dalla cui famiglia nacque RUGGERO DI LAURIA (Scalea 1245 . Valenza 1304) grande ammiraglio Aragonese. Nato a Scalea nel 1245 da Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Svevia poi regina d’Aragona, e da Riccardo di Lauria, ebbe, tramite sua madre, la protezione della regina Costanza che gli affidò importanti incarichi nel Regno. Fu nominato da Re Pietro III ammiraglio in capo della flotta Aragonese. Impegnato nella guerra contro gli Angioini ne uscì spesse volte vittorioso in battaglie navali. Morto Re Pietro, il Lauria continuò a svolgere il suo incarico al servizio del figlio, Giacomo d’Aragona, battendo di nuovo gli Angioini presso Augusta e poi a Castellammare di Stabia nel 1297. Quando Re Giacomo si accordò con Papa Bonifacio VIII e Carlo II sulla questione di Sicilia,
Ruggiero combattè, negli ultimi anni della sua vita, contro i Siciliani ribelli sconfiggendoli a Capo d’Orlando nel 1300 e a Ponza nel 1301. Nel 1302 la pace di Caltabellotta pose termine alle sue imprese e si ritirò in Catalogna, dove morì nel 1304 a Valenza. La personalità e le gesta di questo Grande Ammiraglio della Flotta Aragonese colpirono anche la fantasia del Boccaccio che così ricorda Ruggero e il suo paese natio nel Decamerone, giornata V novella VI : « Discorsa tutta la Marina della Minerva infino alla Scalea in Calavria e per tutto della giovane investigando, nella Scalea gli fu detto… » e più avanti « … e mentre così infino all’ora determinata eran tenuti gridandosi per tutto il fallo da lor commesso e pervenendo agli orecchi di Ruggier di Loria, uomo di valore inestimabile e allora Ammiraglio del Re… ».
In epoca feudale Scalea appartenne anche alla Famiglia Sanseverino nei secoli XIV e XV ; alla Famiglia Caracciolo dal 1501, alla Famiglia Pascale e a quella degli Spinelli fino al 1806 per finire ai Lanza, un ramo dei quali ne conserva il titolo. Nel 1691 Giovanni Fiore scriveva in peoposito : « Scalea gode il titolo di Principato della Famiglia Spinelli ; viene popolata da cinquecento sessanta Fuochi (560 famiglie =4000 abitanti circa) ed è Camara riservata (Camera di Consiglio privata dei monarchi spagnuoli) ».
I Feudatari abitarono il « Palazzo dei Principi » o Palazzo Spinelli perchè furono questi a rimaneggiarlo nel XVIII secolo.
All’inizio del secolo XVII i corsari, all’improvviso, attaccano dal mare Scalea. Il Principe di Scalea Francesco Spinelli li affronta sulla spiaggia. Dopo aspra battaglia, gli assalitori sono messi in fuga. Da una imbarcazione dei fuggiaschi parte un colpo di archibugio che colpisce il Principe che muore sulla spiaggia tra la costernazione generale dei suoi sudditi.
Il Palazzo fu eretto molto probabilmente nel XIII secolo. Oggi si erge maestoso di fronte a Via Lido ed ai moderni edifici della nuova Scalea sorti in quest’ultimo cinquantennio. Edificio, rifatto in epoca barocca, conserva i resti di strutture medioevali : una bifora ogivale di stile arabo-siculo, visibile dal vasto cortile interno, e tracce di decorazioni e restauri settecenteschi. Nelle sue vaste e numerose sale vi abitò ai suoi tempi anche la Famiglia dei Romano. Danneggiato da calamità naturali negli anni ’80, è stato acquisito nel 1983 al Patrimonio Comunale, grazie all’acquisto effettuato dall’allora Sindaco Francesco Zito.
Quasi a fianco del Palazzo dei Principi si erge il « Palazzo Palamolla », vasto edificio, dimora della Famiglia omonima pervenuta a Scalea a seguito degli Angioini. Industriosi e ricchi mercanti i PALAMOLLA incrementarono qui la coltivazione e l’esportazione del baco da seta, del lino, del riso e della canna da zucchero (o cannamele). Costruito nel 1400, vi nacque nel 1571 il Barnabita Padre Costantino, al secolo Lucio Palamolla. Ordinato sacerdote nel 1597, ebbe nel suo Ordine Monastico numerosi importanti incarichi. Visse a Roma dove insegnò dialettica e filosofia e vi morì nel 1651.
A ridosso della Chiesa di San Nicola in Plateis trovasi altro importante Palazzo, dove nacque Gregorio Caloprese (1654 – 1715), padre dell’Estetica Moderna, noto matematico, filosofo, letterato e medico che ebbe a discepoli ed ospitò qui Gian Vincenzo Gravina ed il giovane Pietro Metastasio avviandoli agli studi cartesiani ; una lapide marmorea, posta sulla facciata che guarda il mare, ne ricorda l’evento nel seguente modo « Qui Gregorio Caloprese insegnò a Pietro Metastasio la filosofia del Cartesio ». Il Metastasio, che aveva studiato a Scalea nel 1712 portatovi dal Gravina per essere affidato al Caloprese affinchè fosse istruito anche nelle scienze filosofiche, al suo rientro in Austria, da Vienna scriveva « Ho abitato di bel nuovo la cameretta dove il prossimo flutto marino mi lusingò per molti mesi soavemente i miei sonni : ho scorso con la fantasia le spiagge vicino alla Scalea …».
Costruito intorno al 1400, questo Palazzo è uno dei quattro grossi edifici assieme alla Chiesa di San Nicola in Plateis, il Palazzo Palamolla ed il Palazzo dei Principi, messi lì, uno a fianco all’altro, quasi a protezione dell’antico borgo medioevale.
Infine il « Palazzotto » normanno dell’XI sec., nelle adiacenze della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria d’Episcopio e del Castello, col suo artistico « loggiato », probabilmente residenza del Vescovo e del suo Vicario.
E poi le Chiese : la Chiesa Matrice d’Episcopio ; la Chiesa Parrocchiale di San Nicola in Plateis ; il Santuario della Madonna del Lauro ; la moderna Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe Lavoratore e la recente Chiesa Parrocchiale della Santissima Trinità.
Santa Maria d’Episcopio, conosciuta meglio con il nome di Chiesa della Madonna del Carmine, è situata nelle adiacenze dei ruderi del Castello, nel punto più alto dell’antico centro storico. Fondata nell’anno 1167, venne rifatta nel seicento ; ad una navata , mostra all’esterno una magnifica Torre Campanaria, con iscrizioni romane di riporto del primo secolo a.C. ed una facciata con portale litico trecentesco con arco a tutto sesto, ornato da una cornice in pietra lavorata con due colonnine laterali poste su basi scolpite a rilievo che sorreggono il timpano, sulla cui sottostante fascia orizzontale reca la dedica in latino « Dicatum B.V. Mariae ». All’interno dell’unica navata l’artistica abside con un Altare Maggiore marmoreo settecentesco ed un « finestrone » di stile arabo-normanno del XII sec., un vero gioiello d’arte di quell’epoca. Sono presenti anche gli « altari » delle pareti laterali ; una grande tela ad olio la « Circoncisione di N.S. », opera settecentesca di Scuola Solimeniana ; gli avanzi di un affresco « Madonna ed Angeli » del XII secolo ; una statua lignea a mezzobusto di San Domenico e dipinta al naturale ; una « Conca » battesimale, molto probabilmente di epoca normanna.
Il culto della della Vergine SS. Del Monte Carmelo era stato portato da crociati di Scalea nel XIII sec., reduci della spedizione di Federico II di Svevia. Nel 1606 fu eretta la Confraternita dei Carmelitani. L’anno dopo venne arricchita da Indulgenza del Papa Paolo V con bolla del 1° aprile. La famiglia del Principe Spinelli di Scalea, anch’essa devota alla Madonna del Carmine, offrì una grande tela alla Chiesa di San Nicola in Plateis. La tela, attribuita a Giovanni Bartolomeo Azzolino detto « il Siciliano », fu sistemata sulla parete dietro l’Altare Maggiore in marmo policromo, dove si trova tutt’oggi. Raffigura la Vergine SS. del Carmine in mezzo a San Nicola e San Carlo Borromeo ed in ginocchio due giovinetti in abiti principeschi : i principini Spinelli ?
Nel 1836 scoppiò una epidemia di colera e i morti a Scalea furono molti. Come risulta dai registri della Chiesa di Santa Maria d’Episcopio morirono in un solo giorno 14 persone. La media dei decessi per la durata del morbo, 20 giorni circa, fu di quattro morti al giorno.La gente di Scalea avvilita invocò, come sempre, l’aiuto della Madonna del Carmine. Superata la pestilenza e la prima metà del secolo, piogge torrenziali e continue allagarono i campi di Scalea impedendo ogni sorta di semina. Il popolo ancora una volta si rivolse alla Madonna del Carmine ed il buon tempo ritornò e gradatamente l’agricoltura si riprese.
Il 7 marzo del 1855, per universale consenso del popolo e delle Autorità, la Madonna del Carmine venne proclamata ufficialmente, con atto notarile, Patrona e Regina di Scalea !! Dal 16 luglio 1855 ogni anno viene celebrata la Festa Patronale ! Tutti gli anni la mattina del 16 luglio il Sindaco, a nome di tutta la Cittadinanza, offre un « cero » votivo alla Madonna. Il cero confezionato con nastro tricolore, ceri, spighe di grano e grappoli d’uva, simboli dei raccolti della terra e frutto del sudore degli uomini, è portato dal Sindaco dalla sede Comunale alla Chiesa, precedduto dal Gonfalone Municipale e seguito dalla Giunta Comunale e Consiglieri Comunali e dal popolo. Il giorno della festa la statua della Madonna del Carmine è portata in processione per le vie principali della città; partecipano alla processione persone d’ambo i sessi che portano sul capo le « cinte ». La cinta è formata da un telaio in legno riccamente addobata e predisposta per reggere i ceri votivi. La persona interessata porta la cinta sul capo, durante tutta la processione che dura almeno 5 ore ed in qualche caso anche a piedi scalzi, per ringraziare la Madonna della grazia ricevuta o per chiedere a Lei una grazia particolare. Lo scenario che si crea nel vedere almeno 80 cinte votive in fila doppia e portate sul capo è veramente suggestivo ed arricchisce la visione della processione e consacra la forte devozione del popolo di Scalea alla sua Patrona e Regina.
Nel 1888 Papa Leone XIII rendeva privilegiato l’altare della Madonna del Carmine nel marmoreo cappellone della Chiesa di S. Maria d’Episcopio.
La Chiesa Parrocchiale di San Nicola in Plateis, edificata nel XII sec. nella parte bassa dell’antica cittadella medioevale, coi suoi muri perimetrali che assomigliano tanto ad una fortezza su una vecchia struttura romanico-bizantina, rifatta poi nel 1300 e nel 1700, mostra le sue caratteristiche originarie duecentesche nel « portichetto », nell’aguzzo campanile, nel portale litico in blocchi di tufo locale, dell’ingresso esterno alla Cappella di Santa Caterina ; ingresso sormontato da un artistico « finestrone » gotico dello stesso materiale, venuto fuori in seguito agli ultimi restauri del 1980/85 assieme ad un arco a sesto acuto in blocchi di pietra viva, posto al di sopra dell’attuale ingresso principale di recente fattura.
All’interno, nella Cappella di Santa Caterina, situata a sinistra della vasta navata, si conserva, in ottimo stato, il monumentale Sepolcro di Ademaro, Ammiraglio Angioino della Famiglia Romano di Scalea, opera in marmo di scultori senesi del 300 (Tino di Camaino) che scolpì nel Duomo di Pisa la tomba di Arrigo VII. Il sepolcro di Ademaro Romano raffigura il defunto, giacente sul sarcofago, sostenuto da leoni scolpiti a basso rilievo, coperto da baldacchino trilobato, sorretto da colonnine tortili e reca la scritta in caratteri gallici : « Adimarus dictus Romanus, a. 1344 ». Sempre all’interno, al centro della parete sul pronao, un dipinto ad olio su tavola raffigura l’immagine di S. Antonio di Padova ed in calce una fascia con episodi della vita del Santo (opera del 500 di scuola fiamminga attribuita al maestro Dirck Hendrikhs detto « Teodoro d’Errico »). Ancora un pregevole Fonte Battesimale quattrocentesco in marmo e quattro dipinti sulle pareti laterali della navata : due a destra e due a sinistra. A sinistra un primo, di autore ignoto raffigurante San Nicola di Platea a cui è dedicata la Chiesa Parrocchiale, reca in calce la seguente epigrafe : « Patria sat semper fuit isto Numine tuto. Hoc porto templum dedimus hicque colas » (la Patria fu sempre al sicuro con la protezione di questo Santo, perciò gli abbiamo dedicato questo Tempio) ; sempre a sinistra un secondo dipinto raffigura il Battesimo di Gesù.
Da una ripida scaletta a gradini in lastroni di tufo, appoggiata alla parete laterale di destra, si scende nella sottostante « Cripta » o « Soccorpo », come viene chiamata dagli Scaleoti ; è detta anche Cappella di Maria SS. dei Sette Dolori, dedicata all’Addolorata. Molti la vogliono di architettura protoromanica, altri di età paleocristiana ; di certo è che ci troviamo di fronte ad un antico monumento in cui lo stile bizantino-romanico-normanno è armoniosamente evidente e manifesto. La sua area è divisa da otto colonne piuttosto basse, due delle quali poligonali in tufo intagliato, le altre in pietra a forma cilindrica che sorreggono dodici volte a crociera che formano, a loro volta, tre piccole navate ; in fondo a quella centrale nell’ultimo recente restauro (1980) è stato eretto un altare in marmo e dietro di esso, in una nicchia, è stata collocata la statua dell’Addolorata. Sulla parete sinistra sono apparsi alcuni affreschi di sicura arte bizantina, venuti fuori sempre in quest’ultimo restauro : quello in condizioni migliori raffigura al centro « Dio Padre assiso in trono » che mostra il Figlio Gesù Crocifisso ed ai lati due Santi Martiri ; gli altri hanno le sacre immagini con il volto sfigurato ; sono il ricordo dell’incursione Turca che Scalea subì nel 1552 ad opera dei pirati di Dragut Pascia, comandante la flotta turca di Salim II (1524-1574). Nel suo piccolo atrio riposa la salma del filosofo Gregorio Caloprese e quella di alcuni sacerdoti che hanno retto la Parrocchia.
Non molto antica è la Chiesa della Madonna del Lauro, già appartenente alla Parrocchia di San Nicola in Plateis. Tuttavia la sua origine ha del leggendario. Alcuni marinai di Meta di Sorrento, devoti della Madonna del Lauro, che nel secolo VIII era apparsa nella campagna del loro paese sotto un lauro (alloro) ad una contadina, furono colti con la loro barca nel mare di Scalea da una forte tempesta che stava per sommergerli ; si rivolsero alla loro Divina Protettrice e Le promisero che se li avesse salvati avrebbero portato nel luogo dove sarebbero approdati una sua satua. Così avvenne !! Accolti con generosa ospitalità dai marinai di Scalea, strinsero con essi, come si direbbe oggi, un gemellaggio e ritornarono poco tempo dopo con il simulacro promesso, che affidarono al loro culto. Così col patrocinio del Principe Spinelli e con i risparmi dei marinai e del popolo di Scalea sorse il piccolo tempio.
Edificata nella parte piana del territorio di Scalea, poco al di fuori del centro storico, intorno alla seconda metà del XVII secolo la Chiesa della Madonna del Lauro, ad una sola navata, presenta all’esterno una « torre campanaria » con la cupoletta a forma conica, decorata a squame di pesce ; « una cupola » a volta circolare coperta da piastrelle verdi e gialle maiolicate ; una sobria facciata principale ma ben decorata con un portone d’ingresso già in legno massiccio (ora in bronzo) sovrastato da una fascia orizzontale ad intonaco con la seguente dedica : Santuario Santa Maria del Lauro. Con un decreto Vescovile del 7 settembre 1987, Mons. Augusto Lauro, Vescovo della Diocesi S. Marco Argentano-Scalea, l’ha elevato a Santuario Mariano Diocesano. Il suo interno, con abside ad arco a tutto sesto e con volta a catino, è stato affrescato di recente dal M° Faito di Cassano Jonio. Di classico sulla parete sinistra dell’unica navata si trova la tomba in marmo del sec.XIX appartenente ad una giovane di nobile Famiglia di nome Vignieri, ora estinta, il cui genitore fu Sindaco di Scalea poco prima dell’unità d’Italia. Nell’abside si trova l’Altare Maggiore in marmo policromo (sec. XIX) ed in un’appposita nicchia la statua della Madonna del Lauro vestita al naturale con corona in argento dorato. Ancora all’esterno si trova la « Casa Canonica » ed a sinistra una « Stele » con la statua della Madonna di Fatima in marmo, eretta nel 1985.
Con decreto di Ferdinando I, datato 2 maggio 1823, venne autorizzata la festa del Lauro nei giorni 7/8 settembre di ogni anno. Finanziavano i festeggiamenti i marinai con un fondo da loro istituito. Il ricavato, cioè, della pesca veniva ogni volta diviso in due parti uguali. Una parte andava ai padroni delle barche e delle reti ; l’altra veniva divisa in parti uguali tra i marinai che formavano « la ciurma » (equipaggio) più una che rappresentava la parte della Madonna del Lauro. Il denaro destinato alla Madonna veniva volta per volta introdotta nella « vummula », anfora a collo stretto. Nei primi di agosto venivano rotte le vummule di ogni ciurma per conoscere la somma di denaro raccolto durante l’anno, disponibile per i festeggiamenti. Con questo sistema si poteva stabilire anche il guadagno annuo di ogni marinaio, in verità molto magro. Con lo stesso decreto si autorizzava anche la fiera delle cretaglie che si svolgeva dalla fine di agosto al 10 settembre. La fiera aveva una grande importanza : costituiva l’unica occasione, durante l’anno, per rifornirsi dei recipienti di terracotta allora di largo uso.
La storia di Scalea, come i lettori possono capire da queste poche notizie espresse in questa occasione, risulta molto complessa, variegata ed estesa ed inizia dalla preistoria fino ai nostri giorni e questa esposizione non è certamente esaustiva, ma non posso abusare della pazienza dei lettori per cui ho deciso di riassumerla in queste poche righe sottostanti al fine di averne almeno un quadro più o meno indicativo ma non esauriente.
La popolazione di Scalea, che nel secolo XIII era di oltre 5000 abitanti, nei secoli successivi è oscillata tra i 1000 e i 4000 abitanti con punte minime, nei secoli XVI e XVII, di circa 300 abitanti a cause delle continue guerre per il predominio del paese e per le varie pestilenze succedutesi.
Nel secolo XIII Scalea, con la fondazione da parte di Pietro Cathin del Convento Francescano, divenne un importante centro religioso, artistico e culturale.
Nel secolo XIII Scalea si ribellò e scacciò gli Angioini ; poi resistette agli innumerevoli attacchi portati dalle truppe fedeli a Carlo D’Angiò.
Nel secolo XIV Scalea, inclusa nel Regio Demanio, divenne importante scalo marittimo.
Nel secolo XV a Scalea fu istituito il Consolato Catalano.
Nel secolo XVI fu saccheggiata dagli uomini del corsaro saraceno Dragut.
Nel secolo XVII il Principe di Scalea, Francesco Spinelli, perse la vita per respingere l’attacco del corsaro Amurat Rais.
Nel secolo XVIII Scalea ebbe parte rilevante per la conquista del Regno di Napoli da parte dei Borboni.
Nel periodo risorgimentale durante i Moti del 1848, Scalea fu per breve tempo proclamata Repubblica.
Nel XX secolo Scalea subì vari bombardamenti aereo-navali da parte delle Forze Armate Anglo-Americane durante il Secondo Conflitto Mondiale nel 1943.
Sono nati a Scalea i seguenti illustri personaggi : nel secolo XIII Ruggero Loria, Ammiraglio Angioino e Aragonese ; nel secolo XIV Ademaro Romano, vice-Ammiraglio e Regio Consigliere Angioino e Leonardo Da Vassallo,
Ammiraglio Angioino ; Giacomo Ferroaldo, Fisico ; nel secolo XVI Padre Costantino Palamolla, Barnabita, che fu stimato dai Papi Clemente VII, Paolo V e Urbano III e fu vicino a San Giuseppe Colasanzio ; nel secolo XVII Gregorio Caloprese, Matematico, Educatore, Filosofo, Medico e Maestro del Gravina e del Metastasio ; nel secolo XIX Oreste Dito, Storico.
MONUMENTI E OPERE D’ARTE
Monumenti ed opere d’arte principali di Scalea sono : nel centro storico le testimonianze dell’architettura medioevale e il Palazzo dei Principi del sec. XIII ; il Palazzetto Normanno detto l’Episcopio (sec. XII) ; Torre Cilindrica del sec. XV ; ruderi del Castello Normanno (sec. XI); ruderi di Chiese Bizantine del secolo IX con affreschi ; Chiesa di Santa Maria d’Episcopio del secolo XII, riscostruita nel secolo XVII ; la Chiesa di San Nicola in Plateis del sec. XII, rinnovata nei secoli XIV e XVIII ; ruderi della Grancia e del Convento Francescano del sec. XIII ; la Chiesetta di San Cataldo del sec. X, da poco ristrutturata (in una parete all’interno è stato riportato alla luce un prezioso affresco) e inoltre sculture lignee e marmoree, affreschi e tele nelle Chiese di Santa Maria d’Episcopio e di San Nicola in Plateis ; Torre Talao (torre aragonese) del sec. XVI ; resti del pozzo di Santa Lucia del sec.X ; grotte e celle monastiche del sec. X.
LA GASTRONOMIA
Tra i piatti simbolo di Scalea possiamo menzionare : le linguine al baccalà, gli spaghetti al tonno e pomodoro, i vermicelli al pomodoro, aglio e basilico ; le tagliatelle con i carciofi o asparagi selvatici, i fusilli con carne di capra o con la « vrasciola », i maccheroni con polpette di carne o melenzane, i vermicelli con le alici, lagane e ceci, la « pasta grattata » con pane raffermo e peperoncino. Gustosi anche i secondi : baccalà fritto con i peperoni secchi, il pesce spada alla griglia, il gratin di alici, i « perciasacchi arraganati » (neonata di pesce sciabola fritta con origano, peperoncino rosso in polver e aglio), le frittelle di neonata e fiori di zucca, la pitta. Deliziose le ricette a base di pollo e coniglio della tradizione contadina, affiancate da buone carni arrosto. Sulla tavola scaleota regna il pesce, che il mare offre in abbondanza e varietà : cernie, spigole, sauri, alici, sarde,vope,ricciole, marmore, cefali, seppie, pesci di scoglio per gustose ed uniche zuppe e rosamarina. Ma c’è di più perchè oltre al pesce la cucina di questo paese utilizza molto anche la carne. Soprattutto quella ovina e caprina che proviene dagli allevamenti o dalle fattorie diffuse sul territorio comunale. Così non c’è da stupirsi se un primo piatto tipico sono i fusilli con la carne di capra, nè se le massaie preparano ancora « i capicelle », testine di agnello o capretto cucinate con la mollica di pane e prezzemolo. Molto apprezzate infine anche le melenzane ripiene, « i pipi abbruschulati », peperoni seccati al sole d’estate e poi bolliti o soffritti durante l’inverno con la salsiccia. Per finire e rendere ancora più completa e ricca la tavola non devono mai mancare le grespelle e le gaimelle (pasta cresciuta ripiena di acciughe o baccalà). Per dessert « uva passa » e biscotti da intingere nel vino passito della casa, fatto con rare uve autoctone. Molto buoni sono anche i turdilli, le rose, i chijnulilli e la pizzatola.
IL COMUNE
Per l’ordinamento amministrativo del 1799 Scalea divenne Comune del cantone di Lauria. Dall’8 aprile 1809 Scalea era Università del Distretto di Castrovillari della provincia Calabria Citra. Con le disposizioni del 1811 divenne capoluogo di mandamento. Da allora la prima sede del Comune fu nello stabile contrassegnato con il numero 40 dell’attuale Via Municipale. In seguito la sede comunale fu trasferita al numero 4 dell’attuale Via Cesare De Bonis, detta anche Crucivia. Verso gli anni 30 la sede municipale fu trasferita in Via Roma dove rimase fino alla metà del 1990. Dalla seconda metà del 1990 la sede comunale fu trasferita in Via Plinio il Vecchio n° 1 nel nuovo Palazzo di Città, costruito dall’allora Sindaco Francesco Zito, dove attualmente si trova.
Sin dalla nascita del Comune furono scelti gli attuali stemmi ed il gonfalone. Lo Stemma Comunale di Scalea comprende più simboli : una torre che indica la fortezza della città ; una donna a petto nudo con bilancia e spighe di grano nelle mani che indica la felicità, l’abbondanza e la giustizia ; un pescatore con delfino in mano indica che fin dal tempo antico « fiorì la città accanto l’ameno lido del mare » ; una scala che indica la posizione della città e tre stelle che simboleggiano le tre virtù morali :giustizia, fortezza e temperanza delle quali « erano osservanti quegli antichi popoli ». I colori dello Stemma e del Gonfalone sono il giallo-oro, il rosso e l’azzurro : il giallo-oro simboleggia la nobiltà, la ricchezza e la forza ; il rosso indica l’audacia, le battaglie e il valore ; l’azzurro simboleggia la gloria, l’elevazione e la fedeltà.
Le notizie riguardanti Scalea, oltre che dalle opere degli autori citati, sono state attinte dalle seguenti pubblicazioni :
Scalea – Prima e dopo – Cenni storici – a cura di Carmine Manco – 1969
« Opere » di Carmine Manco a cura di Alfonso Mirto – luglio 2007
Scalea « A Scalìa » di Mario Manco -G. Cupido – dicembre 1977
Scalea Antica e Moderna – di Amito Vacchiano – luglio 2006
L’Insula parva di Scalea e la Torre di Mare detta Talao di Antonio Vincenzo Valente – dicembre 2021
Pagina aggiornata il 21/12/2025